BOLOGNA | Artierranti | Fino al 16 febbraio 2025
di GIULIA GORELLA
C’era una volta un’isola che non c’era. E c’è ancora. Si tratta di una piccola isola dell’arcipelago Vestmannaeyjar, chiamata Surtsey (nome di un gigante del fuoco della mitologia norrena) che ha la tenera età di 62 anni. Surtsey vide la luce infatti nel non troppo lontano 1963, in seguito a un’eruzione vulcanica sottomarina che durò diversi giorni e che portò in superficie questa terra incontaminata. Contrariamente agli esseri umani e ad altre specie animali, le isole crescono rapidamente e infatti – già nel 1967 – Surtsey raggiunge la sua massima espansione, divenendo un’isola adulta. Ogni giovinezza, tuttavia, giunge prima o poi o al suo termine, è così anche per l’isola Surtsey inizia un lento periodo di invecchiamento. Proprio come la pelle che decade, le rughe che scavano e aprono divisioni da una parte all’altra del viso e i capelli che si fanno coprire di neve argentea; l’isola perde kilometri a causa non del trascorrere degli anni, bensì dell’erosione causata dalle onde e dai venti. Surtsey purtroppo non si può salvare dall’eterno oblio e anche se le resta ancora del tempo – si spera molto – da vivere, chi l’ha incontrata sa che prima o poi dovrà riesumare il velo nero del lutto.
Ormai è il 2021 quando l’artista islandese Þorgerður Ólafsdóttir, dopo anni di attesa, ottiene il permesso per finalmente mettere piede su questa isola. Un permesso riservato in genere solo a equipe ristrette di scienziati, per tutelare il più possibile il fragile ecosistema dell’isola. Surtsey infatti, ha rischiato di divenire l’ennesimo caso di colonia sfruttata, privata della sua natura libera e selvaggia per essere addomesticata dall’essere umano. Le opere di Þorgerður Ólafsdóttir, esposte da Artierranti, riflettono esattamente il senso di stupore per il fenomeno di nascita e mutamento dell’isola, ma restituiscono anche un senso di sconfitta di fronte alle contaminazioni che, nonostante le numerose precauzioni adottate verso l’isola, sono state comunque riscontrate.
Il progetto espositivo della mostra finisce per rispecchiare le precauzioni e le sensibilità adottate per salvaguardare Surtsey, in modo che visitatori e visitatrici si avvicinino con cautela all’idea di quest’isola; in modo che scoprano senza dominare, che guardino senza invadere.
Le opere in mostra si possono dividere in tre sezioni: fotografie, immagini proiettate e scultura. Dal momento in cui si fa ingresso nello spazio, le pareti rivestite di piccole fotografie attirano subito lo sguardo ma allo stesso tempo non si ha quell’effetto di pesantezza, di “troppo pieno” che si potrebbe avere quando si osserva una parete interamente ricoperta di immagini. Infatti, le fotografie – appese su un velo di pellicola trasparente – sono alternate a spazi lasciati volutamente vuoti. Le fotografie raffigurano l’isola vista in diversi momenti dell’anno, illuminata dal limpido sole del nord, o investita da nubi e piogge. Gli spazi destinati a immagini mancanti stanno a indicare un giorno in cui le condizioni metereologiche non rendevano possibile la visione nitida del paesaggio. In tal modo, negli occhi di chi guarda si instaura già un rovesciamento del rapporto di potere tra oggetto ammirato e soggetto osservante: l’isola non aspetta passivamente una prospettiva rivelatrice, si fa attendere e si rivela a chi sa aspettare il momento propizio.
Le immagini proiettate su schermo, posizionate in fondo alla sala come a continuare un viaggio esplorativo, raffigurano anch’esse l’isola ma regalano una prospettiva più vicina e ingrandita del paesaggio, come se noi ospiti ci stessimo gradualmente, passo passo, avvicinando alla lingua di terra emersa e (ancora dall’alto di un elicottero o alla prua di una piccola imbarcazione) completassimo finalmente con il senso della nostra vista il meraviglioso paesaggio che fino a poco prima potevamo solo sognare.
La scultura presente in mostra è invece a conclusione del percorso, un modo per rendere concreto, nella mente di chi visiona le opere, il pericolo ambientale contro cui sta combattendo – ad armi impari – il nostro pianeta.
La perfetta riproduzione di un’impronta umana lasciata sul terreno dell’isola da un esploratore, può rappresentare simbolicamente la conquista di un territorio e rimandare alle spedizioni coloniali ma non è l’elemento che più inquieta anche se è senza dubbio quello visibile.

Scultura che replica un’impronta umana lasciata su Surtsey, Þorgerður Ólafsdóttir, ISLAND FICTION PART II, Installation view. Ph. Francesco Esposito
La scultura intende anche riproporre il terreno attorno all’impronta e se la si guarda attentamente, vi si possono ritrovare frammenti di spazzatura e microplastiche: segno che il colonialismo umano non è più un fatto esclusivamente politico, culturale o economico, ma è ormai diventato elemento infestante in ogni tipo di ecosistema terrestre. Le microplastiche, i frammenti di vetro e di metallo, luccicano quasi a voler ingannare l’occhio ingenuo che spera di collegare quelle presenze a minerali o rocce, mentre lo sguardo più consapevole si arrende all’idea di essere parte di un processo di degradazione, destinato a protrarsi ancora a lungo.

Scultura che replica un’impronta umana lasciata su Surtsey, Þorgerður Ólafsdóttir, ISLAND FICTION PART II. Ph. Francesco Esposito
La mostra, visitabile ancora per pochi giorni e a ingresso libero, si concluderà domenica 16 febbraio con un evento di finissage in cui verranno letti al pubblico brani di alcuni romanzi della celebre autrice islandese Auður Ava Ólafsdóttir. Un’occasione unica dunque per comprendere meglio questa cultura, considerata spesso marginale ma da cui si potrebbe trarre molta ispirazione.
ISLAND FICTION PART II
Þorgerður Ólafsdóttir
a cura di Artierranti e Irene Bernardi
Fino al 16 febbraio 2025
Artierranti
Via Sant’Isaia 56/A, Bologna
Orari: 15 e 16 febbraio dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. Ingresso libero.